Il “Mosè” di Michelangelo 1914-002/1933.it

Freud, Sigmund (1914-002/1933.it): Il “Mosè” di Michelangelo

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    BIBLIOTECA PSICOANALITICA
    INTERNAZIONALE

    SERIE ITALIANA 1°




    SIGM. FREUD

    IL MOSE
    DI MICHELANGIOLO

    TRADUZIONE DI E.SERVADIO




    CASA EDITRICE V. IDELSON
    • NAPOLI •

  • S.

    BIBLIOTECA PSICOANALITICA INTERNAZIONALE

    SERIE ITALIANA

    I

    SIGM. FREUD

    Il “Mosè” di Michelangiolo

    TRADUZIONE AUTORIZZATA DI E. SERVADIO

    Casa editrice Vittorio Idelson
    NAPOLI

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    TAV. I

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    PREFAZIONE DEL TRADUTTORE

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    3000 JAHRE DER PSYCHOANALYSE

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    L'interesse che questo saggio di Freud presenta per il lettore
    italiano è troppo evidente perché si debba insistervi: l'arte di Mi
    chelangiolo, e in particolare quel capolavoro che è il „Mosè“,
    costituiscono una fonte perenne d'orgoglio per l'Italia, che a un
    simile artista ha dato i natali, e che alberga nella chiesetta di
    S. Pietro in Vincoli una delle più alte e poderose espressioni della
    scultura mondiale.

    Freud ha voluto in un primo tempo (Imago, III, 1° febbraio
    1914) che il suo nome non apparisse quale autore di questo scritto, e
    il perché si comprende: poteva sembrare, infatti, che il tema in esso
    affrontato si scostasse totalmente da quelli presi in considerazione dalla
    indagine psicoanalitica; tanto più che nello studio del „Mosè“
    non vengono applicati per nulla i criterî specifici della psicoanalisi
    (non dovrebbe anzi credere il lettore impreparato che la psicoana-
    lisi consista in esami come questo), bensì solo le eccezionali facoltà
    di analisi e di acume critico che son proprie di Freud, indipenden-
    temente o quasi dalla scienza che da lui prende origine. In un
    secondo tempo (Ges. Schr., vol. X) l'illustre Autore non ha cre-
    duto più a lungo opportuno celare la paternità del suo saggio, il
    quale mostra del resto – a prescindere da ogni altra osservazione –
    un ulteriore aspetto della sua straordinaria intelligenza.

    Il Maestro viennese dichiara tuttavia, proprio all'inizio della
    sua fatica, di non aver voluto nè potuto fare opera di vera „critica
    d'arte“, professa la sua incompetenza, afferma che le sue
    considerazioni sono affatto indipendenti, personali e caratteristiche.
    È esatto questo punto di vista?

    A noi sembra di no. La critica d'arte non è un campo chiuso
    e delimitato, per accedere al quale occorra una speciale tessera o
    una particolare abilitazione universitaria. Chiunque prenda in con-
    siderazione una o più opere artistiche, ed esprima al loro riguardo

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    un giudizio motivato, fa, perciò stesso, della critica artistica. Si
    tratterà di esaminare, caso per caso, la reale portata e il valore
    effettivo del contributo.

    Considerate le cose da questo angolo visuale, si deve ricono-
    scere che il contributo recato da Freud alla critica d'arte col pre-
    sente saggio è assai originale e notevole. Diremo di più: la stessa
    minuziosissima indagine, in esso contenuta, dei „motivi“ dell'opera
    presa in esame, è assai vicina ai più moderni indirizzi della critica;
    la quale difficilmente, anzi, spinge a fondo le sue analisi così come
    il Freud l'ha fatto. Se si pensa che il saggio freudiano risale al
    1914, la nostra ammirazione si accrescerà ancora di non poco.

    Che cosa manca allo studio di Freud sul „Mosè“ perchè
    si possa ritenerlo senz'altro un saggio di critica d'arte? Forse, un
    maggior dilungarsi in considerazioni di „estetica“ o di „stile“: con-
    siderazioni, del resto, che non farebbero avanzare neppure di poco
    la nostra comprensione intima del significato della statua. Ma, ciò
    a parte, assolutamente nulla: precisione d'esame, preparazione sto-
    rica relativa all'ambiente e al clima in cui nacque la creatura
    artistica, comprensione profonda dei varî sentimenti ch'essa vuole
    o può aver voluto rappresentare: tutte doti che questo scritto possiede.

    Certo, un'ulteriore indagine iconografica su altre rappresenta-
    zioni scultorie di Mosè, e un'analisi comparata delle varie figure,
    sarebbe un ottimo complemento al lavoro freudiano; ma l'Autore
    esplicitamente vi rinuncia, per non allontanarsi poi troppo dal cam-
    po a lui familiare. Non si può però fare a meno di rilevare, come
    meglio si vedrà nell'Aggiunta, la insospettata conferma che l'ipo-
    tesi sostenuta dal Freud sui movimenti che il „Mosè“ di Miche-
    langiolo avrebbe dovuto compiere prima di raggiungere la posizione
    in cui fu scolpito, ha avuto dall'atteggiamento riscontrato in un'altra
    statua di Mosè effettivamente trovata. In ogni modo, lo studio di
    cui qui abbiamo tentato di dare una traduzione per quanto possi-
    bile fedele dall'originale tedesco costituisce una „rarità“ interes-
    santissima, offre agli italiani colti un aspetto originale, e dai più
    insospettato, del genio di Sigmund Freud.

    Emilio Servadio


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    IL “MOSÈ” DI MICHELANGIOLO

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    Premetto che io non sono un intenditore d'arte, bensì un sem-
    plice profano. Ho spesso notato che il contenuto di un'opera d'arte
    mi attrae più che non le sue qualità formali e tecniche, sebbene
    l'artista dia a queste la massima importanza. A dire il vero, a me
    manca la giusta comprensione di molti mezzi che l'arte adopera, e
    di qualche effetto da essa prodotto: ciò debbo dire perchè il mio
    tentativo possa venir giudicato con qualche indulgenza.

    Peraltro, molte opere d'arte m'impressionano fortemente: più
    spesso la poesia e la scultura, più di rado la pittura. In varie occa-
    sioni mi sono indotto, quindi, a fermarmi a lungo davanti a questa
    o quell'opera artistica, con l'intenzione di considerarla con criterî
    miei, di rendermi cioè conto del modo secondo il quale essa produ-
    ceva il suo effetto. Quando ciò non mi riesce, come p. e. allorchè
    si tratta di musica, sono quasi incapace a godere. Una disposizione
    razionalistica, o forse analitica, si oppone a che io mi debba sentire
    toccato senza conoscerne la ragione, ignorando cioè che cosa mi
    abbia veramente toccato.

    Mi sono accorto, così, di un fatto apparentemente paradossale:
    che cioè proprio alcune fra le più grandiose e stupende creazioni
    dell'arte sono rimaste oscure alla nostra comprensione. Le ammiriamo,
    esse ci affascinano, ma non possiamo dire che cosa propriamente
    significhino. Non sono tanto versato in letteratura per sapere se ciò
    sia stato già osservato, o se qualche studioso di estetica non abbia
    addirittura trovato che tale perplessità del nostro intelletto è una
    condizione necessaria per i più alti effetti che un'opera d'arte può
    suscitare. Per conto mio, sarei difficilmente disposto ad ammettere
    questa condizione.

    Non dico che i conoscitori d'arte e gli entusiasti non trovino
    parole quando ci decantano questa o quell'opera artistica. Mi sembra,
    anzi, che ne usino parecchie. Ma attorno a un determinato capola-

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    idea direttrice ?

    voro dell’artista di regola ognuno si esprime in un modo diverso,
    nessuno risolve il problema a vantaggio del puro ammiratore. A mio
    modo di vedere, ciò che ci avvince così potentemente dev’essere
    soltanto l’intenzione dell’artista, in quanto cioè egli sia riuscito ad
    esprimerla nell’opera e a farla afferrare da noi. So bene che non
    può trattarsi soltanto di un modo intellettivo di afferrare, poichè in
    noi dev’essere rievocato lo stato affettivo, la costellazione psichica
    da cui nell’artista è scaturita la forza creativa. Ma perchè l’inten-
    zione dell’artista non deve poter essere indicata e concepita in pa-
    role, come un qualunque altro fatto della vita spirituale? Può darsi
    che trattandosi di grandi opere d’arte ciò non possa riuscire senza
    l’applicazione dell’analisi. E l’opera medesima deve pur rendere
    possibile questa analisi, poichè essa esprime le intenzioni e le ten-
    denze dell’artista in modo da esercitare su di noi un dato effetto.
    Per capire quest’intenzione, devo pur prima rintracciare il senso
    ed il contenuto di ciò che rappresenta l’opera d’arte, devo dunque
    poterla interpretare. E’ dunque possibile che una data opera d’arte
    richieda un’interpretazione, e che soltanto dopo aver eseguito que-
    st’interpretazione io possa apprendere perchè sono soggiaciuto ad una
    impressione tanto forte. Io stesso ho la speranza che tale impressione
    non verrà indebolita, se saremo riusciti a fare quest’analisi.

    tradotta

    Si pensi ora all’Amleto, al capolavoro di Shakespeare 1), che
    ha più di trecento anni di vita. Io seguo la letteratura psicoanalitica 2)
    e faccio mia l’asserzione che soltanto la psicoanalisi ha spiegato
    l’effetto suscitato da questa tragedia, riconducendo la materia trattata
    al tema di Edipo. Ma prima, quale abbondanza di tentativi diversi,
    e fra loro incompatibili, d’interpretazione! quale varietà di pareri sul
    carattere del protagonista e sulle intenzioni del poeta! Ha Shake-
    speare voluto destare il nostro interesse per un ammalato o per un
    soggetto inferiore ed inetto? oppure per un idealista, troppo buono
    per questo mondo reale? E quante di queste interpretazioni ci la-
    sciano freddi, tanto che non possono contribuire per nulla a spie-
    garci l’effetto del poema, e ci inducono piuttosto a cercare il suo
    fascino solo nell’espressione dei pensieri e nello splendore della lingua!
    Eppure questi stessi tentativi non attestano forse il bisogno di ritro-
    vare un’ulteriore origine di tale effetto?

    1)Forse rappresentato per la prima volta nel 1602.

    2)Ricordiamo che questo saggio è apparso dapprima anonimo (N. d. T.).


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    Un'altra di queste enigmatiche e grandiose opere d'arte è la
    statua di marmo del Mosè, posta da Michelangiolo nella chiesa di
    S. Pietro in Vincoli a Roma. Essa, come è noto, è solo una parte
    di quel grandioso monumento sepolcrale che l'artista avrebbe dovuto
    erigere per il potente Papa Giulio II (1)).

    Leggere un giudizio su questa figura mi fa sempre piacere:
    così p. e., secondo Herman Grimm, essa sarebbe “l'apice della
    scultura moderna”. Certo, da nessun'altra scultura sono rimasto più
    fortemente toccato. Ogni qual volta ho salito la ripida scalinata che
    dal poco attraente Corso Cavour porta alla piazza solitaria dove
    sta la chiesa abbandonata, ho sempre cercato di resistere allo sguardo
    sdegnosamente irato dell'eroe, e talvolta mi sono poi cautamente
    allontanato mogio mogio dalla penombra dell'interno, come se io
    stesso appartenessi alla plebaglia su cui il suo occhio si posa, e che
    non può conservare alcuna convinzione, non vuole attendere, non
    vuole aver fede, ed esulta allorchè ha riacquistato l'illusione dell' idolo.

    Ma perchè mai chiamo enigmatica questa statua? Non vi è il
    minimo dubbio che essa rappresenti Mosè, il legislatore degli ebrei,
    che tiene le tavole con i sacri comandamenti. Questo è certo, oltre
    a ciò nulla più. Solo molto recentemente (1912) uno scrittore d'arte
    (Max Sauerlandt) ha potuto esprimersi come segue: “Su nessun'o-
    pera d'arte al mondo sono stati emessi giudizi fra di loro così con-
    trastanti come sul Mosè dalla testa di Pan. Già la semplice interpre-
    tazione della figura è controversa e contradditoria...”. Fondandomi su
    di un lavoro che risale a soli cinque anni fa, esporrò quali dubbî si
    connettano alla concezione della figura del Mosè; e non sarà dif-
    ficile mostrare che dietro ad essi è celato quanto di meglio e di più
    essenziale serve alla comprensione di quest'opera d'arte. (2))

    I

    Il Mosè di Michelangiolo è rappresentato seduto, col tronco ri-
    volto in avanti, la testa con la maestosa barba e lo sguardo girati
    a sinistra, il piede destro poggiato a terra, il sinistro sollevato in
    modo che soltanto le dita toccano il suolo, il braccio destro a con-

    1) Secondo Henry Thode la statua è stata eseguita negli anni 1512–16.

    2) Henry Thode: Michelangelo, Kritische Untersuchungen über seine Werke, vol. I, 1908

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    – 12 –

    tatto con le tavole e con una parte della barba, il braccio sinistro
    nel grembo. Se volessi darne una descrizione più esatta dovrei anti-
    cipare quanto esporrò più oltre.

    Le descrizioni degli autori talvolta sono curiosamente inadeguate.
    Ciò che non era compreso venne anche percepito e riferito in modo
    inesatto. H. Grimm dice che la mano destra, „sotto il cui braccio
    poggiano le tavole della legge, s'immerge nella barba“. Ugualmente
    W. Lübke: „Nella sua agitazione immerge la destra nella splendida
    barba che scende ondeggiante“. Springer: „Mosè preme al corpo
    una mano (la sinistra), affonda l'altra quasi inconsciamente nella bar-
    ba maestosa e fluente“. C. Justi trova che le dita della mano
    (destra) giocherellano con la barba „come l'uomo civile innervosito
    giocherella con la catena dell'orologio“. Anche Müntz pone in ri-
    lievo il giocherellare con la barba. H. Thode parla della „posizione
    calma e ferma della mano destra sulle tavole erette“. Egli non ri-
    conosce nella mano destra neppure un atteggiamento dovuto all'agi-
    tazione, come vogliono Justi e, similmente, Boito. „La mano resta
    nella posizione che aveva assunto nell'afferrare la barba prima che
    il titano avesse rivolta la testa di lato“. Jakob Burkhardt osserva
    „che il celebre braccio sinistro in fondo non ha altro da fare se
    non premere al corpo questa barba“.

    Se le descrizioni non si accordano, non ci sorprenderanno le
    differenze nell'interpretazione di singoli tratti della statua. Ritengo che
    non possiamo caratterizzare meglio di Thode l'espressione del volto
    di Mosè: egli ravvisa in esso una „fusione di rabbia, dolore e di-
    sprezzo“, gli legge nel volto „la rabbia nelle sopracciglia minaccio-
    samente corrugate, il dolore nello sguardo e negli occhi, il disprezzo
    nel labbro inferiore protratto e negli angoli della bocca abbassati“.
    Tuttavia altri ammiratori devono aver veduto con altri occhi. Così,
    p. es., il giudizio di Dupaty fu il seguente:

    Ce front auguste semble
    n'être qu'un voile transparent, qui couvre à peine un esprit immen-
    se. (1) Contraria è l'opinione di Lübke: „Inutilmente si cercherebbe
    nella testa l'espressione di un'intelligenza superiore; nella fronte com-
    pressa non si esprime altro che la capacità di una rabbia immensa,
    di un'energia che riesce ad ottenere qualunque cosa“; e Guillaume
    (1875) si allontana ancor più nell'interpretazione dell'espressione del

    1) Citato in Thode, op. cit., pag. 197.

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    viso, e non vi riscontra alcuna agitazione, bensì solo „ semplicità su
    perba, dignità animata, energia fideistica. Lo sguardo di Mosè guar
    derebbe nell'avvenire, egli prevederebbe la durata della sua razza, l'im
    mutabilità delle sue leggi “. Similmente Müntz fa „ vagare gli sguardi
    di Mosè molto oltre il genere umano ; essi sarebbero rivolti verso i
    misteri cui egli solo è rimasto fedele “. Infatti per Steinmann questo
    Mosè „ non è più il rigido legislatore, nè il nemico terribile del pec
    cato, partecipe dell'ira di Jahu, ma il sacerdote regale, che l'età non
    deve toccare, il quale prende l'ultimo congedo dal suo popolo, be
    nedicendo e profetizzando, con la luce dell'eternità sulla fronte “.

    Vi sono stati poi anche altri, cui il Mosè di Michelangiolo
    non disse proprio nulla, e che furono tanto onesti da dichiararlo.
    Così, p. es., un recensore della „ Quarterly Review “ (1858):
    „ There is an absence of meaning in the general conception, which
    precludes the idea of a self-sufficing whole... “. E si resta sorpresi
    nell'apprendere che altri ancora non trovarono nulla da ammirare nel
    Mosè, ma espressero un giudizio del tutto opposto, incriminando la
    brutalità della figura e la testa animalesca.

    Ma il Maestro ha davvero scolpito nella pietra una scrittura
    tanto imprecisa e ambigua, tale da ammettere così diverse letture?
    Qui s'impone un altro quesito, cui le menzionate incertezze fa
    cilmente si subordinano. Ha Michelangiolo voluto creare in questo
    Mosè un „ ritratto di carattere e di stato d'animo all'infuori del
    tempo “, oppure ha egli rappresentato l'eroe in un determinato (ma
    allora importantissimo) istante della sua vita? La maggior parte dei
    critici aderiscono al secondo giudizio, e sanno anche indicare la sce
    na della vita di Mosè che l'artista avrebbe fissato per l'eternità. Si
    tratta della discesa dal monte Sinai, dove Iddio ha consegnato a
    Mosè le tavole della legge, e del momento in cui egli vede
    che gli ebrei nel frattempo hanno costruito un vitello d'oro, attorno
    al quale danzano esultando. Il suo sguardo è rivolto su questa sce
    na, questa visione suscita le sensazioni che sono espresse nella sua
    mimica e che metteranno quanto prima la possente figura nella più
    violenta azione. Michelangiolo ha scelto, per la sua rappresentazione,
    il momento dell'ultimo indugio, della calma prima del temporale; nel
    l'attimo successivo Mosè balzerà in piedi – il piede sinistro è già
    sollevato dal suolo-
    , scaglierà le tavole a terra e scatenerà la sua
    collera contro gli infedeli.

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    Anche i sostenitori di questa interpretazione divergono però
    nei particolari :

    Jak. Burkhardt: „Mosè sembra rappresentato nel momento in
    cui scorge la scena dell’adorazione del vitello d’oro e vuol balzare
    in piedi. Nella sua figura vive la preparazione di un movimento
    violento, tale – data la potenza fisica di chi sta per effettuarlo –
    che non lo si potrebbe attendere senza tremare“.

    W. Lübke: „Un moto interno attraversa fulmineo tutta la fi-
    gura, violento come se in quell’attimo gli occhi sfavillanti vedessero
    il misfatto dell’adorazione del vitello d’oro. Scosso, egli immerge la
    destra nella barba che scende stupenda, come se volesse ancora per
    un istante rimaner padrone del suo movimento, per poi scagliarsi
    con tanto maggior violenza“.

    Springer aderisce a questa concezione, esprimendo però un
    dubbio su cui dovremo ulteriormente soffermarci: „Infiammato di
    possanza e di zelo, l’eroe soffoca solo a stento l’agitazione interna.
    Si pensa perciò involontariamente ad una scena drammatica, e si
    ritiene che Mosè sia stato rappresentato nell’istante in cui scorge la
    scena dell’adorazione del vitello d’oro e sta per balzare irato in
    piedi. Questa ipotesi, però, difficilmente può coincidere con la vera
    intenzione dell’artista, dato che il Mosè, come le rimanenti cinque
    statue sedute della parte superiore del monumento (1), dovrebbe su-
    scitare un effetto precipuamente decorativo; tuttavia si può consi-
    derarla come una splendida conferma della pienezza vitale e della
    personalità della figura di Mosè“.

    Alcuni autori, che non sanno decidersi per la scena del vitello
    d’oro, consentono tuttavia nel punto essenziale di questa interpreta-
    zione, che cioè Mosè sia in procinto di scattare in piedi e di pas-
    sare all’azione.

    Herman Grimm: „Essa (questa figura) è piena di sublimità
    e di consapevolezza; dà l’impressione che quest’uomo abbia a sua
    disposizione i tuoni del cielo, ma che si contenga prima di scate-
    narli, per vedere se i nemici che vuole annientare osassero aggredirlo.
    Egli è seduto, ma è atteggiato come se volesse appunto scattare in
    piedi, il capo eretto sulle spalle, la mano – sotto il cui braccio
    poggiano le tavole della legge – immergentesi nella barba defluente

    1)Intendasi: del monumento sepolcrale del papa.

  • S.

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    sul petto in pesanti onde, le narici ansanti, la bocca sulle cui lab-
    bra le parole sembrano tremare".

    Heath Wilson dice che l'attenzione di Mosè sembra attirata
    da qualche cosa; egli sarebbe in procinto di scattare in piedi, ma
    esiterebbe ancora. Lo sguardo, in cui l'indignazione si mescolerebbe
    col disprezzo, potrebbe divenire anche compassionevole.
    Wölfflin parla di "movimento inibito". Il motivo dell'inibizione
    sta, in questo caso, nella volontà della persona medesima; è l'ultimo
    attimo dell'autodominio prima dello sfogo, cioè prima dell'atto di
    balzare in piedi.

    C. Justi ha fondato più largamente la sua interpretazione sulla
    scena del vitello d'oro, e ha connesso con questa concezione par-
    ticolari della statua cui finora non si è badato. Egli ci fa osservare
    la posizione veramente strana delle due tavole della legge, che a suo
    avviso starebbero per scivolare sul seggio di pietra: "Egli (Mosè)
    potrebbe dunque guardare nella direzione del rumore esprimendo un
    cattivo presentimento; o potreb-
    be essere la vista stessa della scena
    orrenda a colpirlo e sbalordirlo come una mazzata. Fremente di
    disgusto e di dolore egli si è seduto 1), stanco per essere rimasto
    sul monte quaranta giorni e quaranta notti. Un immenso evento, un
    grande destino, un delitto, persino una felicità possono percepirsi in
    un attimo, ma non può afferrarsene l'essenza, la profondità, le con-
    seguenze. Per un istante la sua opera gli sembra distrutta, egli di-
    spera del suo popolo. In momenti simili l'interna agitazione si tra-
    disce con piccoli moti involontarî. Egli lascia scivolare le due tavole,
    che tiene nella destra, sul sedile di pietra, ed esse si sono infatti
    fermate sullo spigolo, premute lateralmente dall'avambraccio al petto.
    Ma la mano si porta al petto e alla barba, e, mentre egli volge il
    capo a sinistra, deve spostare la barba verso destra e rompere così
    la simmetria di questo ampio ornamento virile; sembra che le dita tor-
    mentino la barba come fa l'uomo civile agitato con la catena dell'oro-
    logio. La sinistra si sprofonda nel mantello verso il ventre (nell'An-
    tico Testamento le viscere sono la sede degli affetti). Ma la gamba
    sinistra è già ritratta e la destra è messa innanzi; tra un momento


    1) E' da osservare che l'accurato avvolgersi del mantello attorno alle gambe della fi-
    gura seduta rende insostenibile questa prima parte dell'interpretazione di Justi. Anzi, si do-
    vrebbe piuttosto ammettere che qui si rappresenti l'effetto di una visione improvvisa, la quale
    avrebbe fatto sobbalzare Mosè che stava tranquillamente seduto, nulla sospettando.

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    egli balzerà in piedi, la forza psichica si trasmetterà fulminea dal
    sentimento alla volontà, il braccio destro si muoverà, le tavole ca-
    dranno a terra, e fiumi di sangue espieranno l’onta dell’apostasia…
    Non vi è qui ancora la tensione dell’atto. Il dolore dell’animo im-
    pera tuttora, quasi paralizzante.

    In modo molto simile si esprime Fritz Knapp; questi non avan-
    za, in merito alla situazione d’inizio, il dubbio già menzionato, ed
    elabora anche in modo più conseguente l’accennato movimento delle
    tavole: “Egli, che sino a quel momento si trovava solo col suo Dio,
    viene distolto da rumori terreni. Ode strepiti, clamori di danze e
    di canti lo destano dal sogno. L’occhio, il capo si volgono alla
    sorgente del rumore. Spavento, ira, tutto un prorompere di passioni
    sfrenate attraversano in un attimo la gigantesca figura. La tavole
    della legge cominciano a scivolare, esse cadranno a terra e si spez-
    zeranno quando la persona si alzerà di scatto, per scagliare tonanti
    parole d’ira sulla massa del popolo ribelle… E’ scelto quest’attimo
    della massima tensione…”. Knapp accentua dunque il preludio all’a-
    zione e contesta il concetto dell’inibizione che la precederebbe, e
    che sarebbe dovuta all’agitazione eccessiva.

    Non negheremo che tentativi d’interpretazione come quelli, or ora
    menzionati, di Justi e di Knapp, contengano punti assai interessanti.
    Essi debbono ciò al fatto che non si fermano all’impressione globale
    della figura, ma ne considerano tratti singoli che altrimenti, vinti dal-
    l’effetto totale e come paralizzati, dimenticheremmo di osservare. Il
    deciso girarsi di fianco del capo e degli occhi della figura, che del
    resto è rivolta in avanti, si accorda bene con l’ipotesi che in quella
    direzione si scorga qualche cosa che improvvisamente richiama a sè
    l’attenzione dell’uomo in riposo. Il sollevarsi del piede da terra dif-
    ficilmente può trovare un’altra spiegazione all’infuori di quella che si
    tratti di un preludio al balzare in piedi (1), e lo stranissimo modo
    di tener le tavole, che sono pure un oggetto quanto mai sacro e
    non possono quindi venir collocate in un modo o nell’altro come og-
    getti qualsiasi, trova una spiegazione soddisfacente qualora si ammetta
    che esse scivolino in seguito all’agitazione di colui che le porta e
    stiano per cadere a terra. Sapremmo dunque così che questa statua

    1)Per quanto, nella Cappella de’ Medici, si rappresenti sollevato in modo simile il
    piede sinistro di Giuliano, tranquillamente seduto.

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    di Mosè rappresenta un momento determinato e importante nella vita
    dell’uomo, e non correremmo il pericolo di trascurare tale momento.

    Ma due osservazioni di Chode nuovamente ci tolgono quello
    che già credevamo di possedere. Questi osserva che le tavole non
    scivolano, ma restano invece ben salde, e fa notare “come la mano
    destra poggi calma e salda sulle tavole erette”. Se a nostra volta
    osserviamo questo particolare, dobbiamo dare senz’altro ragione a
    Chode: le tavole sono ferme e non tendono affatto a scivolare; la
    mano destra le sostiene, e vi si appoggia. Se con ciò non si spiega
    perchè esse siano sollevate, tuttavia questo particolare non può ser-
    vire all’interpretazione di Justi e degli altri.

    Una seconda osservazione ci colpisce in modo ancora più de-
    cisivo. Chode ci rammenta “che questa statua era stata pensata come
    una tra le sei, e che è rappresentata seduta. Tali circostanze con-
    traddicono entrambe alla supposizione che Michelangiolo abbia vo-
    luto fissare un determinato momento storico. Poichè, per ciò che
    riguarda il primo punto, il compito di dare, come tipi dell’essere
    umano (Vita activa! Vita contemplativa!), delle figure sedute, una
    accanto all’altra, escludeva la rappresentazione di singoli processi storici;
    e per quanto riguarda il secondo, la posizione seduta qui rappre-
    sentata, che dipendeva dalla concezione artistica globale della scul-
    tura, contraddice il carattere del supposto processo storico, cioè la
    discesa dal monte Sinai all’accampamento”.

    Facciamo nostra questa riflessione di Chode; e credo che po-
    tremmo renderla ancora più efficace. Il Mosè avrebbe dovuto decorare
    il piedistallo del monumento sepolcrale insieme con altre cinque statue
    (secondo un posteriore progetto insieme con altre tre). La statua che
    avrebbe dovuto accompagnarlo subito dopo doveva essere un Paolo.
    Due fra le altre, la vita activa e la vita contemplativa, sono state
    eseguite, in piedi però, come Lia e Rachele, per l’odierno monu-
    mento, che nel suo stato attuale è parecchio sciupato. Poi che il
    Mosè appartiene a un gruppo, non possiamo ammettere che la figura
    sia intesa a suscitare in chi la contempla l’impressione che essa
    stia per balzare dal suo seggio e per allontanarsi spontaneamente con
    strepito e precipitazione. Se le altre figure non erano propriamente
    rappresentate, anch’esse, nell’atteggiamento che prelude a un’azione
    tanto violenta – il che è quanto mai inverosimile – si avrebbe una
    pessima impressione proprio da quest’una, qualora essa potesse real-

  • S.

    18

    SIGM. FREUD

    mente darci l’illusione che abbandonerà il suo posto e i suoi com-
    pagni e si sottrarrà così al proprio còmpito, che è quello di figurare
    nel gruppo. Ne risulterebbe un’incoerenza grossolana, quale non po-
    tremmo attenderci dal grande artista, non essendone stata un’estrema
    necessità. Una figura che fuggisse in questo modo sarebbe quanto
    mai incompatibile con lo stato d’animo che l’intero monumento se-
    polcrale è destinato a suscitare.

    Questo Mosè dunque non dev’essere in procinto di balzare in
    piedi, ma deve poter rimanere dignitosamente tranquillo, al pari delle
    altre figure, come progettata (e poi non eseguita da Michelangiolo)
    raffigurazione del Papa stesso. Ma allora il Mosè che noi contem-
    pliamo non può essere certo la rappresentazione dell’uomo irato, che
    scendendo dal monte Sinai vede la ribellione del suo popolo e scaglia
    a terra e spezza le sacre tavole. Mi sovvengo infatti di come ri-
    manevo deluso, quando nelle mie visite anteriori alla chiesa di S.
    Pietro in Vincoli mi sedevo davanti alla statua, quasi aspettando di
    veder la figura levarsi sul piede eretto e, sfogando la sua collera,
    scaraventare le tavole a terra. Invece, nulla di tutto ciò: la pietra
    s’irrigidiva sempre più, emanava una calma sacra, quasi opprimente,
    e io sentivo con insistenza come in in essa fosse rappresentato qual-
    cosa, che avrebbe potuto rimanere del tutto invariato; sentivo che
    questo Mosè sarebbe stato in eterno seduto e adirato in quel modo.

    Se però dobbiamo rinunciare all’ interpretazione che riconnette
    la figura della statua al momento che precede l’ira scatenatasi alla
    vista dell’idolo, non ci resta si può dire altro che accettare una
    delle concezioni che tendono a riconoscere in questo Mosè un ri-
    tratto di carattere. Allora il giudizio di Thode ci appare, se mai,
    il meno arbitrario fra tutti, quello maggiormente fondato sull’analisi
    dei motivi e dei movimenti della figura: “In questo caso, come
    sempre, gli preme di dar forma a un carattere tipico. Egli crea l’im-
    magine di un appassionato condottiero dell’umanità, che, conscio del
    suo divino compito legislativo, incontra la dissennata resistenza degli
    uomini. Per caratterizzare un simile uomo d’azione non v’era altro
    mezzo che dar risalto all’energia della volontà, e ciò era possibile
    attraverso l’illustrazione di un movimento che va oltre la calma ap-
    parente, così come esso si esprime nel volgersi del capo, nella ten-
    sione dei muscoli, nella posizione della gamba sinistra. Sono gli
    stessi atteggiamenti che si riscontrano nel vir activus Giuliano della


  • S.

    19

    IL MOSÈ DI MICHELANGIOLO

    Cappella de' Medici. Questa caratteristica generica si ap
    profondisce se si dà rilievo al conflitto per cui un simile genio, plasmatore di
    uomini, viene a far parte della pluralità: l'ira, il disprezzo, il do
    lore trovano qui la loro tipica espressione; e questa era indispen
    sabile per illuminare il carattere del superuomo. Michelangiolo non ha
    creato un quadro storico, ma un carattere dall'energia invincibile,
    che doma il mondo riluttante, e ciò plasmando i tratti riportati
    dalla Bibbia, le proprie esperienze interne, le impressioni sulla per
    sonalità di Giulio; inoltre, a mio avviso, anche quelle sull'attività
    combattiva di Savonarola".

    Accanto a queste illustrazioni si potrebbe mettere l'osservazione
    di Knackfuss, secondo cui il segreto principale dell'effetto del Mosè
    starebbe nel contrasto artistico tra il fuoco interno e la calma ester
    na del comportamento.

    Nulla si oppone in me alla spiegazione di Chode, ma sento
    che qualche cosa vi manca. Può darsi che con ciò si esprima un
    mio bisogno di connettere più intimamente lo stato d'animo dell'eroe
    con l'antitesi, espressa nel suo comportamento, tra "calma apparen
    te" e "intima agitazione".

    II

    Molto tempo prima ch'io sentissi parlare della psicoanalisi, ap
    presi che un intenditore d'arte russo, Ivan Lermolieff, i cui primi
    saggi furono pubblicati in tedesco dal 1874 al 1875, aveva por
    tato una nota rivoluzionaria nelle gallerie d'Europa, rivedendo l'at
    tribuzione di molti quadri nei confronti di pittori singoli, insegnando
    a distinguere con sicurezza le copie dagli originali, e costruendo
    nuove individualità artistiche dalle opere rimaste anteriormente prive
    di classificazione. Egli riusciva a questo col far prescindere dall'im
    pressione complessiva e dalle grandi linee di un quadro, e col far
    rilevare invece l'importanza caratteristica di particolari secondarî, di
    inezie quali la conformazione delle unghie delle dita, dei lobi delle
    orecchie, dell'aureola, e di varie altre cose che il copista trascura
    nella riproduzione e che l'artista eseguisce invece in maniera personale
    e caratteristica. Appresi poi con vivo interesse che dietro il pseudonimo
    russo si celava un medico italiano, di nome Morelli. Questi morì
    nel 1891, senatore del Regno. Credo che il suo procedimento fosse

  • S.

    20

    molto affine alla tecnica della psicoanalisi medica: anch’essa infatti
    usa desumere cose segrete e nascoste in base a tratti tenuti in poco
    conto o affatto trascurati, e allo stesso rifiuto di osservarli.

    Ora, in due luoghi della figura di Mosè si trovano particolari
    cui finora non si è badato, che anzi non furono neppure giustamente
    descritti. Essi si riferiscono al modo di tenere la mano destra e alla
    posizione delle due tavole: si può dire che questa mano s’intrometta
    fra le tavole e la barba dell’eroe adirato in un modo assai strano
    e artificioso, che richiede una spiegazione. Si è detto, p. es., che
    essa fruga con le dita nella barba e giocherella con le sue ciocche,
    mentre si appoggia col mignolo sulle tavole, ma evidentemente le
    cose non stanno così. Val la pena di osservare con più attenzione
    che cosa realmente facciano le dita di questa mano destra e di
    descrivere esattamente la maestosa barba con la quale esse vengono
    a contatto (1)).

    Si vede allora con tutta chiarezza che il pollice di questa
    mano è nascosto, e che l’indice, e soltanto esso, è in vero contatto
    con la barba. Esso si immerge profondamente nelle morbide masse
    dei peli, in modo che queste emergono di sopra e di sotto (dal
    dito, che preme in direzione del capo e del ventre). Le altre tre
    dita si puntano, flesse nelle articolazioni, contro il torace, e vengono
    soltanto sfiorate dall’ultima ciocca destra della barba, che passa loro
    sopra. Esse si sono, per così dire, sottratte alla barba. Non è quindi
    lecito dire che la mano destra giocherella con la barba, o che fruga
    in essa: l’unica cosa esatta è che l’indice attraversa una parte della
    barba, segnando in essa un solco profondo. E’ certo un gesto curioso
    e difficilmente comprensibile, quello di premere con un dito sulla barba!

    La tanto ammirata barba del Mosè scende dalle guance, dal
    labbro superiore e dal mento in parecchie ciocche, distinguibili nel
    loro decorso. Una tra quelle più laterali, a destra, che parte dalla
    guancia, corre sull’orlo superiore dell’indice, che la preme e la
    sostiene. Possiamo ammettere che essa scivoli più giù tra questo dito
    e il pollice nascosto. La ciocca corrispondente della parte sinistra
    scende quasi senza deviazioni fino al petto. La folta massa di peli
    dell’interno di quest’ultima ciocca, che arriva sino alla linea mediana
    della figura, ha subito la sorte più curiosa. Essa non può seguire


    (1) Cfr. la figura riprodotta.

  • S.

    TAV. II

  • S.

    il volgersi del capo a sinistra, ed è costretta a formare un arco
    mollemente avvolto, quasi porzione di una ghirlanda che incrocia
    davanti e superiormente le ciocche interne di destra. Essa è cioè
    fermata dall'indice destro, che la preme quantunque provenga dalla
    sinistra rispetto alla linea mediana e rappresenti veramente la parte
    principale della metà sinistra della barba. La barba appare così
    nella sua massa principale gettata a destra, sebbene la testa sia rivolta
    chiaramente verso sinistra. Al posto dove l'indice destro si imprime,
    si è formato qualche cosa di simile a un vortice di peli; ciocche
    provenienti da sinistra attraversano quelle di destra, tutte poi com-
    presse fortemente dal dito. Soltanto di là da questa zona le masse
    dei peli deviate dalla loro direzione riappaiono libere per cascare
    poi perpendicolarmente finchè le loro estremità vengono accolte dalla
    mano sinistra aperta, che riposa nel grembo.

    Non mi illudo d'aver dato una spiegazione facilmente compren-
    sibile, e non mi attento a giudicare se l'artista ci abbia reso vera-
    mente facile la soluzione del problema relativo a quel nodo della
    barba. Ma, a prescindere da questo dubbio, rimane il fatto che la
    pressione dell'indice della mano destra si riferisce principalmente a
    ciocche di peli della metà sinistra della barba, e che questa viene
    impedita, con tale atto quasi usurpatorio, dal partecipare al volgersi
    del capo e dello sguardo verso sinistra. Ora è lecito chiedersi che
    cosa possa significare questa disposizione, a quali motivi essa debba
    la sua esistenza. Se la causa fosse veramente formale, se l'artista si
    fosse indotto solo per colmare uno spazio a spostare verso destra le
    masse ondeggianti della barba del Mosè che guarda a sinistra, come
    apparirebbe strano e inadatto un tale mezzo, la pressione di un dito,
    per corrispondere a questa esigenza! Chi mai, avendo spostata la
    propria barba da un lato per un motivo qualsiasi, potrebbe fissare
    una metà della barba sopra l'altra premendovi un dito? O forse
    questi tratti sono in fondo futili, non significano nulla, e noi ci rom-
    piamo il capo a risolvere particolari all'artista indifferenti?

    Ma proseguiamo nelle nostre considerazioni, dopo aver premesso
    che questi particolari hanno effettivamente anch'essi un significato.
    Vi è una risposta che toglie le difficoltà e ci fa supporre nella figura
    un senso nuovo. Se nel Mosè le ciocche sinistre della barba stanno
    sotto la pressione dell'indice destro, ciò si può forse interpretare
    come il residuo d'un rapporto tra la mano destra e la metà sinistra

    21

  • S.

    22

    della barba, rapporto che poteva essere assai più profondo in un
    momento anteriore a quello rappresentato. La mano destra aveva
    forse afferrato la barba molto più energicamente, includendo anche
    la parte sinistra, e allorchè si era ritratta nella posizione che con-
    statiamo adesso nella statua, una parte della barba aveva seguito, e
    attesta ora il movimento svoltosi. La ghirlanda della barba sarebbe
    la traccia della strada compiuta da questa mano.

    Avremmo dunque dedotto un movimento retrogrado della mano
    destra. Tale ipotesi ce ne impone inevitabilmente delle altre. La
    nostra fantasia completa il processo di cui fa parte il movimento
    attestato dalla traccia della barba e ci riconduce naturalmente alla
    concezione secondo cui Mosè, tranquillo, sobbalza a un tratto udendo
    lo strepito del popolo e scorgendo il vitello d’oro. Egli stava tran-
    quillamente seduto, la testa e la barba fluttuante erano rivolte innanzi,
    la mano probabilmente non aveva nulla a che fare con la barba.
    Ma ora un rumore giunge al suo orecchio, egli volge il capo e lo
    sguardo nella direzione da cui viene lo strepito, scopre la scena, la
    comprende. Preso allora da subitanea ira e indignazione, vorrebbe
    balzare in piedi, punire e annientare gli empi. La collera, che sente
    ancora lontano il proprio oggetto, si esplica intanto in un gesto contro
    il proprio corpo. La mano impaziente, pronta all’azione, afferra ante-
    riormente la barba, che aveva seguito il volgersi del capo, la preme
    fortemente fra il pollice e la palma, serrando le dita in un gesto
    violento che potrebbe far pensare ad altre rappresentazioni miche-
    langiolesche. Poi subentra, non sappiamo come e perchè, un muta-
    mento: la mano contratta, immersa nella barba, si ritira rapida-
    mente, la sua presa si allenta, le dita si liberano dalla barba, ma
    vi erano così profondamente affondate che nel loro ritrarsi portano
    una grossa ciocca dalla sinistra alla destra, dove, sotto la pressione
    del dito più alto, essa deve sovrapporsi alle ciocche di destra. E’ 
    questa la nuova posizione, che si rende comprensibile soltanto facen-
    dola derivare da quella precedente, e che viene così fissata.

    Dobbiamo qui riflettere un poco. Abbiamo supposto che la
    mano destra si trovasse dapprima staccata dalla barba, che poi in
    un momento di grande turbamento affettivo si sia volta a sinistra
    per afferrarla, e che si sia quindi finalmente ritratta trascinando con
    sè una parte delle ciocche. Abbiamo fatto così agire la mano de-
    stra come se avessimo il diritto di disporne liberamente. Ma ciò è

  • S.

    lecito? Ma questa mano è libera? Non deve essa tenere e portare
    le sacre tavole? Queste escursioni mimiche non le sono allora inter-
    dette dal suo còmpito importante? E poi, che cosa ha potuto indurla
    a ritirarsi se era stata spinta da un forte motivo ad abbandonare la
    sua posizione primaria?

    Si tratta qui davvero di nuove difficoltà. La mano destra è
    connessa effettivamente con le tavole: e non possiamo quindi na-
    sconderci la mancanza di un motivo abbastanza forte per indurre tale
    mano a ritirarsi nel modo da noi dedotto. Ma, e se si potessero
    sciogliere entrambe le difficoltà insieme, risultandone una perfetta com-
    prensibilità del processo? Se fosse proprio un quid inerente alle ta-
    vole a spiegarci i movimenti della mano?

    In merito a queste tavole possono notarsi parecchie cose, che
    sinora non furono ritenute degne di attenzione (1)). Si diceva: "la
    mano destra si appoggia sulle tavole" o: "la mano sorregge le ta-
    vole", mentre si vede senz'altro che le due tavole rettangolari riu-
    nite insieme appoggiano su uno dei loro lati. Guardando più at-
    tentamente, si osserva che l'orlo inferiore delle tavole è for-
    mato diversamente da quello superiore, che è inclinato obliquamente in
    avanti. L'orlo superiore ha una sagoma rettilinea, l'inferiore invece
    mostra anteriormente una sporgenza, una specie di dente, con la
    quale appunto le tavole toccano il seggio di pietra. Che cosa può
    significare questo particolare, che tra l'altro è stato riprodotto nel
    modo più impreciso su di un grande gesso, appartenente alla col-
    lezione di sculture dell'Accademia di Vienna (Wiener Akademie
    der bildenden Künste)? Non vi è si può dire dubbio che questa
    Scrittura, debba distinguere il margine supe-
    riore delle tavole: solo il margine superiore di queste tavole rettan-
    golari è, di solito, arrotondato o incavato: le tavole dunque, in questo
    caso, son capovolte, e non si può negare che sia questo un modo
    ben strano di trattare tali oggetti sacri. Esse, diciamo, sono capo-
    volte e tenute in equilibrio quasi su di un punto: quale mo-
    mento formale ha potuto concorrere a questa disposizione? O dobbiamo
    forse credere che anche questo particolare sia stato indifferente al-
    l'artista?

    Si affaccia ora l'ipotesi che anche le tavole abbiano assunto

    1) Cfr. il particolare nella figura D.

    – 23 –

  • S.

    24

    tale posizione in seguito a un movimento già avvenuto, che questo
    movimento sia stato causato dal dedotto spostamento della destra, e
    abbia poi costretto a sua volta questa mano al suo ulteriore movi-
    mento retrogrado. I processi inerenti alla mano, e quelli che si riferi-
    scono alle tavole, si comporrebbero così nella seguente unità: in prin-
    cipio, allorchè la figura era tranquillamente seduta, le tavole erano

    portate dritte sotto il braccio destro. La mano destra afferrava i
    loro orli inferiori e trovava un appoggio nella loro sporgenza rivolta
    in avanti: tale modo più facile di tenere le tavole spiega senz’altro
    perchè esse venissero portate capovolte. Subentrò un rumore a distur-
    bare quella tranquillità. Mosè volse il capo nella direzione del fra-
    stuono e, quando ebbe compreso la scena, il suo piede si apprestò
    al balzo, la mano abbandonò le tavole e afferrò la barba, in alto
    a sinistra, come per sfogare l’impeto d’ira sul suo proprio corpo. Le
    tavole rimasero allora mantenute dalla sola pressione del braccio, il
    quale avrebbe dovuto premerle al torace. Ma questo modo di fis-
    sarle non era sufficiente, ed esse cominciarono a scivolare in avanti
    e in giù; l’orlo superiore, prima tenuto in linea orizzontale, si spostò

  • S.

    25

    IL MOSÈ DI MICHELANGIOLO

    innanzi e verso il basso; l'orlo inferiore, privato del suo sostegno,
    si avvicinò con la punta anteriore al seggio di pietra. Ancora un
    momento e le tavole avrebbero girato intorno al nuovo punto di so-
    stegno, sarebbero giunte al suolo incontrandolo con l'orlo che prima
    era stato quello superiore, sarebbero andate in frantumi. Per evitare
    ciò, la mano destra arretra e abbandona la barba, trascinandone

    Fig. 2

    Fig. 3

    una parte ma senza intenzione, e afferra di nuovo l'orlo delle tavole
    sostenendole presso l'angolo posteriore, divenuto ora quello superiore.
    Da questo impetuoso movimento della mano, e dalle sue logiche
    conseguenze, deriva dunque questo strano e forzato insieme della barba,
    della mano e delle due tavole appoggiate sulla punta. Volendo seguire
    a ritroso il moto violento compiuto, si deve sollevare l'angolo supe-
    riore anteriore delle tavole e spingerlo indietro nel piano della figura;
    si deve inoltre allontanare dal seggio di pietra l'angolo (con la spor-
    genza) inferiore anteriore, abbassare la mano e porla sotto l'orlo
    inferiore della tavola, che si troverà così in posizione orizzontale.

    Tre disegni, che mi son fatto fare dalla mano di un artista, ren-
     

  • S.

    26

    deranno più chiara la mia descrizione. Il terzo di essi riproduce la sta
    tua come la vediamo; gli altri due rappresentano stadî anteriori, se-
    condo la mia interpretazione: il primo la fase della calma, il secondo
    quella della massima tensione, in cui la figura sta per scattare in piedi,
    allontana la mano dalle tavole, e queste cominciano a scivolare giù.
    E’ interessante notare come le due raffigurazioni complementari del
    disegnatore mettano in rilievo l’inesattezza descrittiva di autori pre-
    cedenti. Condivi, contemporaneo di Michelangelo, diceva: „Moisè,
    duce e capitano degli ebrei, ...se ne sta a sedere in atto di pen-
    soso e savio, tenendo sotto il braccio destro le tavole della legge
    e colla sinistra mano sostenendosi il mento (!), come persona stanca
    e piena di cure“. Ora, ciò non si vede nella statua di Michelan-
    giolo, ma coincide con l’ipotesi sulla quale si basa il primo disegno.
    W. Lübke, insieme ed altri osservatori, aveva scritto: „Scosso, egli
    immerge la destra nella barba che scende stupenda...“. Ora, ciò non
    è esatto, se si riferisce alla copia della statua, ma corrisponde al
    nostro secondo disegno. Justi e Knapp hanno visto, come più sopra
    è menzionato, le tavole in procinto di scivolare e lì lì per frantu-
    marsi. Thode doveva correggerli, precisando che le tavole sono si-
    curamente fissate con la destra. Questi autori avrebbero ragione se
    dovessero descrivere non la statua, ma il nostro stadio intermedio:
    si potrebbe quasi pensare che essi si fossero liberati dall’immagine
    visiva della statua, avessero inconsapevolmente cominciato a fare una
    analisi dei motivi del suo atteggiarsi e fossero stati condotti da questi
    motivi a sentire le stesse esigenze che noi abbiamo affermato più
    coscientemente e con maggior chiarezza.

    III

    Se non erro, ci sarà ora lecito di raccogliere i frutti della
    nostra fatica. Abbiamo visto che a tutti coloro che erano rimasti
    impressionati dalla statua si era imposta l’interpretazione che essa
    rappresentasse Mosè colpito alla vista del suo popolo apostata, tri-
    pudiante ai piedi dell’idolo. Ma questa interpretazione si dovette
    abbandonare perchè avrebbe dovuto completarsi con quella che in
    un secondo momento la figura sarebbe balzata in piedi, avrebbe
    mandato in frantumi le tavole e compiuto l’opera vendicatrice;
    mentre ciò stava in contrasto con la destinazione della statua stessa,

  • S.

    27

    che doveva figurare come una parte del monumento sepolcrale di
    Giulio II, accanto ad altre tre o cinque figure sedute. Ora possiamo
    riferirci a quest’interpretazione abbandonata, poichè il nostro Mosè
    non scatterà in piedi e non scaglierà lungi da sè le tavole. Quello
    che noi vediamo in lui non è il preludio a un’azione violenta, ma
    il residuo di un movimento trascorso: egli avrebbe voluto in un
    impeto d’ira scattare in piedi, trarre vendetta, obliare le tavole, e
    invece ha vinto la tentazione e rimarrà adesso così, seduto, nella
    sua ira domata e in un dolore cui si mesce il disprezzo. Nè egli get-
    terà le tavole a frantumarsi sulla pietra, poichè proprio per esse
    ha vinto la sua ira, per la loro salvezza ha dominato la sua pas-
    sione. Allorchè si abbandonò al suo scoppio di collera dovette tras-
    curare le tavole e staccare da esse la mano che le portava: allora
    esse cominciarono a scivolare e corsero il pericolo di frantumarsi.
    Ciò gli fu di ammonimento. Memore della sua missione, rinunciò a
    soddisfare il moto del suo animo. La mano arretrò e salvò le ta-
    vole, prima ancora ch’esse potessero cadere. In questa posizione di
    attesa è rimasto, e così lo ha rappresentato Michelangelo, come
    guardiano della pietra sepolcrale.

    a'u

    Nella sua figura si esprime una triplice stratificazione in senso
    verticale. Nella mimica del volto si rispecchiano gli affetti, che sono
    divenuti dominanti; nel mezzo della persona sono visibili i segni del
    movimento represso; il piede mostra ancora l’azione abbozzata, come
    se l’autodominio avesse progredito dall’alto verso il basso. Il braccio
    sinistro, di cui non abbiamo ancora parlato, esige la sua parte nella
    nostra interpretazione; la sua mano è rilasciata mollemente nel grembo
    e stringe come accarezzando gli ultimi capi della barba fluente.
    Sembra quasi ch’essa voglia annullare la violenza con cui, un mo-
    mento prima, l’altra mano ha maltrattato la barba.

    Qualcuno ci obbietterà: ma questo non è il Mosè della Bibbia,
    che in verità fu preso d’ira e spezzò le tavole scagliandole a terra.
    Il Mosè biblico è un Mosè del tutto diverso da quello sentito dal-
    l’artista, che si sarebbe così preso la libertà di emendare il testo
    sacro e di falsificare il carattere dell’uomo divino; è possibile pre-
    sumere in Michelangelo questa libertà, che non sarebbe forse lon-
    tana dal sacrilegio?

    Il passo della Sacra Scrittura, in cui si racconta il comportamento
    di Mosè di fronte alla scena del vitello d’oro, suona come segue:


  • S.

    28

    (Il Libro, cap. 32): "7. E il Signore parlò a Mosè, e disse:
    Va, scendi; il popolo tuo, cui tu cavasti dalla terra d'Egitto, ha
    peccato. 8. Sono presto usciti fuori della strada, che tu ad essi
    insegnasti; e si sono fatto un vitello di getto, e lo hanno adorato,
    e immolando ad esso le vittime, hanno detto: Questi, o Israele,
    sono i tuoi dèi, che ti trassero dalla terra d'Egitto. 9. E soggiunse
    il Signore a Mosè: io veggo, che questo popolo è di dura cervice.
    10. Lasciami fare, che io sfoghi il mio furore contro di loro, e li
    stermini, e io ti farò capo di una nazione grande. 11. Ma Mosè
    supplicava il Signore Dio suo, dicendo: Perchè, o Signore, s'ac-
    cende il furor tuo contro il tuo popolo, cui tu cavasti dalla terra
    d'Egitto con fortezza grande e con mano possente?...
    14. E il Signore si placò, e non fece al popol suo quel male
    che avea detto. 15. E Mosè scese dal monte portando in mano le
    due tavole della legge, scritte dall'una parte, e dall'altra, 16. E
    fatte di mano di Dio; la scrittura impressa nelle tavole era pari-
    menti di Dio. 17. Ma udendo Giosuè un tumulto, e un frastuono
    del popolo, disse a Mosè: Si sente negli alloggiamenti romor di
    battaglia. 18. Rispose quegli: Non son grida di gente, che esorti a
    combattere, nè clamori di gente, che sforzi altrui a fuggire; ma le
    voci, che io sento, son voci di gente che canta. 19. E allorchè fu
    vicino agli alloggiamenti, vide il vitello e le danze; e sdegnato alta-
    mente gettò dalle mani le tavole, e le spezzò alle falde del monte.
    20. E preso il vitello, che quelli avevan fatto, lo bruciò e lo ridusse in
    polvere; e sparsa questa nell'acqua la diede a bere ai figliuoli d'Israele...
    30. E il dì seguente Mosè disse al popolo: Peccato grandis-
    simo avete commesso; io salirò al Signore per vedere se in qualche
    modo potrò ottenere pietà alla vostra scelleraggine. 31. E tornato
    egli al Signore, disse: Ascoltami, questo popolo ha commesso un
    peccato grandissimo; e' si sono fatti degli dèi d'oro; o perdona loro
    questo fallo, 32. O se nol fai, cancellami dal tuo libro da te scritto.
    33. Gli rispose il Signore: Colui che peccherà contro di me can-
    cellerò io dal mio libro. 34. Ma tu va, e conduci questo popolo
    dove io ti ho detto: anderà innanzi a te il mio Angelo. E io nel
    dì della vendetta punirò anche questo loro peccato. 35. Il Signore
    dunque flagellò il popolo per la colpa del vitello fatto da Aronne".

    Influenzati dalla moderna critica biblica, non possiamo non tro-
    vare in questo passo i segni d'una composizione maldestra da diverse

  • S.

    29

    fonti. Nell’ottavo versetto il Signore medesimo comunica a Mosè
    che il popolo aveva commesso apostasia e si era costruito un idolo.
    Mosè intercede per i peccatori. Però, nel versetto 18, si comporta
    verso Giosuè come se non lo sapesse, e si lascia trasportare dalla
    collera (versetto 19) allorchè scorge la scena idolatrica. Nel versetto 14
    ha già ottenuto il perdono dal Signore per il peccato del suo popolo;
    però nel versetto 31 e segg. si reca di nuovo sul monte per otte-
    nere questo perdono, comunica al Signore l’apostasia del popolo e
    gli viene assicurata la dilazione del castigo. Il versetto 35 si riferisce
    a una punizione del popolo da parte di Dio, della quale nulla era
    stato prima menzionato, mentre nei versetti tra il 20 e il 30 vien
    descritta la condanna che Mosè stesso ha eseguito. E’ noto come
    le parti cronistoriche del libro che trattano dell’esodo contengano
    altre incongruenze e contraddizioni, ancora più evidenti di questa.

    Naturalmente gli uomini della Rinascenza non assumevano un
    simile atteggiamento critico di fronte al testo della Bibbia; essi do-
    vevano concepire il racconto come una relazione coerente, e solo in
    un secondo tempo trovarono che esso non si riannodava troppo bene
    con la rappresentazione artistica. Il Mosè del passo biblico era già
    informato dell’idolatria del popolo, si era pronunziato in favore della
    clemenza e del perdono, e tuttavia cede a un subitaneo accesso
    d’ira allorchè scorge il vitello d’oro e la folla tripudiante. Non fa-
    rebbe dunque meraviglia se l’artista, volendo rappresentare la reazione
    dell’eroe a questa dolorosa sorpresa, si fosse reso indipendente, per
    ragioni interne, dal testo della Bibbia. Non era affatto cosa insolita
    nè era negato all’artista, di scostarsi in tal modo dal tenore della
    Sacra Scrittura per ragioni anche futili. Un celebre quadro del Par-
    migianino, che trovasi nella sua città natale, ci mostra Mosè che
    scaglia a terra le tavole, seduto in cima ad un monte, mentre il
    versetto della Bibbia dice esplicitamente che egli le spezzò ai piedi
    del monte. Già la rappresentazione d’un Mosè seduto non trova
    alcun riferimento nel testo biblico, e ciò milita a favore della tesi
    di coloro i quali supposero che la statua michelangiolesca non inten-
    desse fissare alcun determinato momento della vita dell’eroe.

    Più importante che non l’infedeltà verso il testo sacro è piut-
    tosto la trasformazione, che Michelangelo avrebbe compiuto secondo
    la nostra ipotesi, del carattere di Mosè. L’uomo Mosè era, se ba-
    diamo a quanto attesta la tradizione, irascibile e soggetto ad accessi

  • S.

    30

    1?

    passionali. In uno di questi scoppî d’ira
    sacra egli aveva ucciso
    l’Egiziano che maltrattava un Israelita, e aveva dovuto perciò fug-
    gire nel deserto. Pure in un simile eccesso egli avrebbe frantumato
    le tavole che Dio medesimo aveva scritto. Se la tradizione ci rife-
    risce tali tratti di carattere, ciò sarà certo avvenuto in buona fede
    e se ne ricava l’impressione di una grande personalità che abbia
    vissuto un tempo. Ma Michelangelo ha posto sul monumento sepol-
    crale del Papa un altro Mosè, superiore a quello storico e tradi-
    zionale. Egli ha riformato il motivo delle tavole frantumate, non fa
    che l’ira di Mosè ne causi lo spezzarsi, ma fa anzi calmare quest’ira,
    o almeno la fa inibire mentre agisce, per la tema che esse possano
    veramente frantumarsi. In tal modo ha conferito alla figura di Mosè
    qualche cosa di nuovo, di sovrumano, e la potente massa del corpo
    e la muscolatura esuberante diventano solo un mezzo d’espressione
    corporea della più alta manifestazione psichica di cui un uomo sia
    capace, il vincere cioè le proprie passioni in favore e per incarico
    d’un destino ultimo cui ci si è consacrati.

    A questo punto può esaurirsi l’interpretazione della statua mi-
    chelangiolesca. Si può ancora chiedersi quali motivi agissero nell’ar-
    tista quando egli destinava il Mosè, cioè un Mosè così trasformato,
    pel monumento sepolcrale di Giulio II. Da molte parti, e di comune
    accordo, si pensa che tali motivi siano da ricercarsi nel carattere del
    Papa e nei suoi rapporti con l’artista.

    Giulio II aveva in comune con Michelangelo l’aspirazione a
    realizzare cose grandi e possenti, soprattutto per quanto riguarda la
    vastità delle dimensioni. Uomo d’azione, la sua mèta ben precisa-
    bile era l’unità d’Italia sotto il dominio papale. Quanto doveva riu-
    scire solo alcuni secoli più tardi, attraverso la cooperazione di varie
    forze, egli voleva raggiungerlo da solo, impazientemente e violente-
    mente, nel breve tempo e durante il dominio che gli era concesso.

    Egli sapeva stimare Michelangelo come un suo pari, ma la sua
    irascibilità spesso aveva fatto soffrire l’artista, traducendosi in ac-
    cessi d’ira e in sgarbatezze. L’artista partecipava a quella violenza
    di aspirazioni e probabilmente, da osservatore profondo qual era,
    presentiva l’insuccesso cui entrambi erano destinati. Così egli ha col-
    locato il suo Mosè sul monumento del Papa, e non senza rimpro-
    vero verso il defunto, come per ammonire se stesso, con tale criti-
    ca, a non volersi innalzare sopra la propria natura.

  • S.

    31

    IL MOSÈ DI MICHELANGIOLO

    IV

    Nel 1863 un inglese, W. Watkiss Lloyd, dedicò1) un opu-
    scolo al Mosè di Michelangiolo. Quando fui riuscito ad ottenere
    tale scritto, che consta di 46 pagine, provai un sentimento misto
    nei riguardi del suo contenuto. Era del resto un’occasione per con-
    statare ancora una volta sulla propria persona quali meschini motivi
    infantili usino contribuire al lavoro che poniamo al servizio di una
    grande causa. Mi rincrebbe che Lloyd mi avesse preceduto in varî
    punti cui tenevo moltissimo, essendo essi il risultato dei miei proprî
    sforzi, e soltanto in seconda istanza potei rallegrarmi della conferma
    inaspettata che da lui mi veniva, benchè le nostre vie si separas-
    sero in un punto saliente.

    Lloyd ha notato per primo che le comuni descrizioni della fi-
    gura sono errate, che Mosè non è in procinto di alzarsi2), che
    la mano destra non si immerge nella barba, che solo il dito indice
    riposa3) ancora su questa. Egli ha anche riconosciuto il che è
    ancora più significativo – che l’atteggiamento rappresentato può chia-
    rirsi soltanto se ci si riferisce a un momento precedente e non raffi-
    gurato, e che l’atto di trascinare verso destra le ciocche sinistre
    della barba dovrebbe indicare che la mano destra e la metà sinistra
    di detta barba sono stati precedentemente in un rapporto più stretto
    e più naturale. Ma egli prende un’altra via, per ristabilire questa
    vicinanza che necessariamente si deduce: secondo lui la mano non
    si sarebbe portata alla barba, ma questa sarebbe stata presso la
    mano. Egli afferma doversi immaginare che “la testa della statua
    sia stata, un momento prima dell’improvvisa perturbazione, comple-
    tamente rivolta a destra, sopra la mano che allora, come adesso,
    teneva le tavole della legge”. La pressione sul cavo della mano da
    parte delle tavole fa naturalmente aprire le sue dita sotto le ciocche

    1) W. Watkiss Lloyd, The Moses of Michelangelo. London, Williams and Nor-
    gate, 1863.

    2) «But he is not rising or preparing to rise; the bust is fully upright, not thrown
    forward for the alteration of balance preparatory for such a movement…» (p. 10).

    3) «Such a description is altogether erroneous; the fillets of the beard are detained by
    the right hand, but they are not held, nor grasped, enclosed or taken hold of. They are
    even detained but momentarily – momentarily engaged, they are on the point of being free
    for disengagement» (p. 11).


  • S.

    32

    che scendono in giù, e l’improvviso volgersi del capo dall’altro lato
    ha come conseguenza che una parte delle ciocche viene trattenuta
    per un momento dalla mano non mossa, e forma quella ghirlanda
    di peli che dev’essere interpretata come traccia (wake) della via
    percorsa.

    Lloyd si sente indotto a scartare l’altra possibilità, di un pre-
    cedente avvicinamento della mano destra alla metà sinistra della
    barba, in base a una considerazione che dimostra quanto egli sia
    passato vicino alla nostra interpretazione. Non sarebbe possibile, a
    suo avviso, che il profeta, senza essere stato egli stesso nella
    massima agitazione, possa aver proteso la mano per tirare la barba
    in tal modo da una parte. In questo caso la posizione delle dita
    sarebbe divenuta completamente diversa, e oltre a ciò le tavole
    avrebbero dovuto, in seguito a tale movimento, cadere giù, poichè
    vengono trattenute soltanto dalla pressione della mano destra; a meno
    che non si attribuisca alla figura un movimento molto maldestro per
    trattenere ulteriormente le tavole: rappresentazione, questa, che equi-
    varrebbe a un vero abbassamento (“ unless clutchet by a gesture
    so awkward, that to imagine it is profanation ”).

    E’ facile vedere che cosa abbia trascurato l’autore. Egli ha
    giustamente interpretato i tratti della barba, che più ci colpiscono,
    come indizî di un moto compiuto, ma poi ha tralasciato di appli-
    care la stessa conclusione alle non meno innaturali particolarità della
    posizione in cui si trovano le tavole. Egli pone in valore soltanto
    gli indizî che si riferiscono alla barba, e non quelli delle tavole, la
    cui posizione vien da lui accettata come quella originaria. In tal
    modo egli si chiude la via a una concezione come la nostra, la
    quale, facendo valere certi particolari poco appariscenti, giunge a una
    interpretazione sorprendente dell’intera figura e delle sue intenzioni.

    Ma se, invece, ci trovassimo entrambi su una strada sbagliata?
    Se considerassimo con gravità, ascrivendovi un certo significato, par-
    ticolari che all’artista erano indifferenti, da lui plasmati, così come
    sono, del tutto arbitrariamente, e per motivi formali, ma senza porre
    in essi alcunchè di segreto? Se ci fosse toccata la stessa sorte di
    tanti interpreti, che credono di veder chiaro quello che l’artista non
    ha voluto creare, nè coscientemente nè inconsciamente? Su ciò
    non posso pronunciarmi. Non saprei dire se è lecito ritenere capace
    un artista di una simile ingenua indeterminatezza, e particolarmente

  • S.

    TAV. III

  • S.

    33

    Michelangiolo, nelle cui opere c'è tanto contenuto ideativo, tanto
    sforzo verso una compiuta espressione; nè saprei dire se ciò sarebbe
    comunque accettabile nei riguardi dei tratti più appariscenti e cu-
    riosi della statua di Mosè. Infine si può ancora aggiungere, sia pur
    sommessamente, che l'artista e gli interpreti sono ugualmente respon-
    sabili di questa incertezza. Michelangiolo si è elevato assai sovente
    nelle sue creazioni fino al limite massimo di quanto l'arte è capace
    di esprimere; ma forse non è riuscito completamente neppure nel
    Mosè, qualora abbia inteso di far desumere il tumulto della violenta
    agitazione dagli indizî che sono rimasti dopo il suo sfogo, allorchè
    è subentrata la calma.

    AGGIUNTA 1)

    Parecchi anni dopo la comparsa del mio lavoro sul Mosè di
    Michelangiolo, che è stato pubblicato anonimo nel 1914 dalla rivista
    „Imago“, mi venne tra le mani per la gentilezza di E. Jones un
    numero del „Burlington Magazine for Connoisseurs“ (n. 217, vol. 38,
    aprile 1921), che risvegliò nuovamente il mio interesse sulla proposta
    interpretazione della statua. In questo numero figura un breve articolo
    di C. P. Mitchell su due bronzi del dodicesimo secolo, attualmente
    nell'Ashmolean Museum, Oxford, che vengono attribuiti a un emi-
    nente artista di quell'epoca, Nicholas di Verdun. Altre opere di
    questi sono a Tournay, ad Arras e a Klosterneuburg presso Vienna;
    il suo capolavoro si ritiene sia lo scrigno dei tre Re Magi a Colonia.

    Una delle due statuette considerate dal Mitchell è
    un Mosè (un po’ più alto di 23 centimetri), caratterizzato senza
    dubbio possibile dalle tavole della legge che gli sono connesse. Anche
    questo Mosè è rappresentato seduto, avvolto in un manto a pieghe;
    il suo viso denota emozione, forse preoccupazione, e la sua mano
    destra afferra la lunga barba e ne preme le lunghe ciocche tra il
    cavo della mano e il pollice, come in una tenaglia, eseguendo
    cioè lo stesso atto che io avevo considerato nella figura 2 del mio saggio


    1) Pubblicata nella rivista Imago, XIII, fascicoli 2, 3, 4, agosto 1927, ristampata in
    Ges. Schriften, vol. XI.

  • S.

    34

    quale fase precedente dell’atteggiamento in cui vediamo ora fissato
    il Mosè di Michelangelo.

    Uno sguardo alle figure riprodotte una accanto all’altra ci
    permette di notare la differenza saliente tra le due rappresentazioni,
    separate da più di tre secoli. Il Mosè dell’artista lorenese tiene le
    tavole con la sinistra per il loro bordo superiore e le sostiene sul
    ginocchio: se si trasportassero dall’altra parte, affidandole al braccio
    destro, si avrebbe ristabilita la situazione originaria del Mosè di
    Michelangelo. Se la mia interpretazione del gesto d’immergere la
    mano nella barba è ammissibile, allora il Mosè dell’anno 1180
    raffigura un momento dell’impeto passionale; la statua in S. Pietro
    in Vincoli, invece, la calma dopo tale impeto.

    Io credo che la scoperta qui menzionata aumenti la fondatezza
    dell’interpretazione che ho tentato di dare nel mio lavoro del 1914.
    Forse l’intenditore d’arte riuscirà a colmare l’abisso di tempo che
    separa il Mosè di Nicholas di Verdun da quello del Maestro del
    Rinascimento italiano, constatando l’esistenza di figure mosaiche del
    periodo intermedio.

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